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felicità del limite

Sentiero Italia tappa Q07: Da Roccamandolfi (gps 41.49305, 14.34964) a Campitello Matese (gps 41.462324, 14.392281)

Lunghezza del percorso km 9,7; guadagno/perdita in elevazione 1.070 / – 460 metri; quota massima: 1.714 metri, quota minima 814 metri.

Pernotto e cena: Rifugio Jezza (331 182 3723)

13 settembre. Questo Sentiero che attraversa per 7.000 km i posti più belli d’Italia, dal Friuli alla Sardegna, da qualche anno mi sta affascinando. Perciò ho deciso di percorrerlo, nel tempo, a piccoli tratti. Nei prossimi giorni mi sono proposto di farne il pezzo a cavallo tra Molise e Campania, da Roccamandolfi a Montevergine.

Due cari amici mi accompagnano a Roccamandolfi, un piccolo borgo molisano a 800 metri, da dove parte la tappa di oggi per giungere a Campitello Matese. L’attacco è traumatico: un sentiero in salita piuttosto ripido reso ancora più faticoso dal peso di uno zaino di 13 kg.

La ripidità del sentiero risveglia la percezione del limite del corpo: la consistenza muscolare non è più quella del passato, avverti quella rigidità che non ti consente di avere la flessibilità necessaria nei movimenti delle gambe. E’ il corpo che invecchia e che si difende con la lentezza dalle asperità del percorso.

Ma se il corpo frena, la mente accelera. La mente per sua natura vuole andare oltre il limite – in ciò è la grandezza dell’uomo che Pascal riassumeva nella bellissima immagine del “roseau pensant” (canna pensante). La mente progetta, immagina destini, costruisce ideali … ma è con la collaborazione del corpo che potrà realizzarli. Un corpo che invecchia deve necessariamente esercitare la virtù del limite per stabilire la sintonia con la mente.

L’esercizio del limite è quella che gli antichi greci definivano la “giusta misura” che poi costituiva la via per essere felici. Non desiderare ciò che è impossibile ottenere. Dovremmo riscoprire la bellezza del verbo “accontentarsi” che traccia la strada per la felicità pratica e reale.

Complici anche alcuni eventi accadutimi negli ultimi giorni, riflettevo sul fatto che un cammino – in cui prepotentemente si esperisce il limite del corpo – è anche una educazione alla morte, compresa non come evento straordinario, ma come l’esito naturale a cui conduce la finitezza del proprio essere.

La discesa nel Vallone Grande allevia la gravità del corpo e dei pensieri e dopo aver guadato il letto di un ruscello in secca, risalgo lungo la fiancata di una faggeta che dovrebbe farmi sbucare su un pianoro sovrastante. Essendo la fiancata molto ripida devo esercitare grande attenzione nell’individuare i passaggi più comodi senza perdere mai di vista la traccia del gps. Cosa che purtroppo avviene. Mi ritrovo così imbottigliato in una posizione scomodissima dove al più piccolo movimento rischio di scivolare giù lungo la fiancata. In momenti come questi affiora il panico, parola appropriata se è vero che deriva dal dio dei boschi Pan, un demone mezzo uomo e mezzo animale. Per un breve attimo incarno l’agilità prodigiosa del dio Pan scivolo verso un faggio ad un metro da me lo abbraccio posizionandomi in una posizione più comoda e da lì raggiungo un piccolo piano dove poter riflettere con calma ed individuare la via migliore per risalire la faggeta.

Raggiungo il pianoro ed ho il “piacere” di fare il primo incontro con i cani pastore a guardiania di un gregge di pecore. Mi vengono incontro aggressivi facendomi capire che non si passa di lì perchè ci sono le pecore. Io li guardo in maniera sfuggente (per far capire che non intendo affrontarli) e mi allontano con calma nella direzione che loro vorrebbero. Aggiro, quindi, l’ostacolo e mi immetto sul sentiero, anch’esso molto ripido, che dovrebbe portarmi in prossimità di Serra Soda.

Giunto in prossimità della cima mi concedo una pausa per godermi il panorama straordinario sul pianoro sottostante.

Riprendo il cammino, attraverso il paesaggio spoglio dell’altura, fino a raggiungere il punto più alto della tappa di oggi (oltre 1.700 metri). Qui incrocio un pastore albanese con le pecore con cui a fatica scambiamo due chiacchiere sull’aggressività dei cani pastore (mi fa vedere una cicatrice sotto il petto provocato dal morso del cane pastore del suo gregge).

Da qui inizia il tratto in discesa di circa 2 km. tra fiancate di rocce imponenti e maestose fino alla piana di Campitello.

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