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il senso della misura

Sentiero Italia tappa R13: da Candela (gps 41.136128, 15.513853) a Melfi (gps 40.994588, 15.652932)

Lunghezza del percorso km 27,8; guadagno/perdita in elevazione 1.495 / – 1.490 metri; quota massima: 667 metri, quota minima 212 metri.

Centri attraversati: Candela, Melfi.

Cena a Melfi: Hora Sesta (0972 237932). Pernotto: B&B Casa Laviano (328 986 6345).

24 giugno. La tappa di ieri ha segnato decisamente il mio ginocchio sinistro. Ho una grande difficoltà a fare le discese. Anche se l’ho imbevuto di arnica e faccio continuamente attenzione a non piegarlo, mi da fastidio.

Inizio la discesa da Candela verso la valle dell’Ofanto: è il terreno ideale per risvegliare i dolori. Pratico un cammino dell’attenzione, Devo costantemente misurare la lunghezza del passo, piantare i bastoncini nel punto giusto per non rischiare di piegare il ginocchio. Di conseguenza non posso avere un passo cadenzato, deciso. E’ un modo di camminare che mi immerge nella lentezza, nella calma, nella precisione, nella accuratezza, nella misura costante.

Lentezza e misura non si sposano con i miti che purtroppo pervadono le nostre vite: la velocità, la corsa al risultato, l’andare oltre le nostre possibilità. Tutti miti contrassegnati dal segno più (aumentare le prestazioni, aumentare la produzione, aumentare il capitale … misuriamo il benessere del paese con l’aumento del PIL ovvero più denaro circola e più dovremmo essere felici!). La lentezza e la misura, invece, hanno simpatia per il segno meno perchè l’attenzione più che essere rivolta all’oggetto da conseguire (la nostra è la società del “risultato”) è centrata sul soggetto che agisce.

Quando il nostro corpo è posto in una condizione naturale – come avviene nel viaggio a piedi dove non c’è l’assistenza della tecnica (non c’è un mezzo che ci trasporta e tutti i comfort annessi) – comprendiamo che il senso della misura è ciò che ci consente di vivere bene.

Dovremmo quindi porci più spesso in queste situazioni naturali per praticare la lentezza e la misura che la pervasività della tecnica tendono a far scomparire. Scopriremmo, con meraviglia, di diventare più attenti, condizione indispensabile per ascoltare e quindi instaurare un rapporto autentico con l’altro, non più finalizzato all’uso dell’altro ma alla comunione con lui.

La condizione di bisogno in cui viene a trovarsi il corpo del camminatore lo spinge a privilegiare percorsi noti, a ricercare punti di riferimento certi che possano comunicargli quella sicurezza volta ad alleviare la debolezza che sperimenta. Ed in questa mattinata segnata dal dolore al ginocchio e soprattutto dal timore di interrompere il mio viaggio a piedi, la sagoma del Vulture – la meta – che si staglia visibilmente all’orizzonte diventa la mia compagna rassicurante. Man mano che procedo la sua visione è sempre più chiara: dai semplici lineamenti, comincio a distinguerne i boschi, le antenne poste sulle cime, i canali che attraversano il gigante.

Giunto all’Ofanto la visione del Vulture scompare. Mi tocca risalire la valle dal versante opposto. Una faticosa salita, tra campi di grano appena mietuti, e come al solito senza alberi, sotto un solo implacabile. I pensieri che, grazie allo sguardo sulla montagna avevano distolto la loro attenzione dai dolori del corpo, ora ritornano su di loro. Ma ecco che nella desolazione vegetativa dei luoghi che attraverso spuntano, inaspettati, alcuni segnali bianchi e rossi del Sentiero Italia che mi comunicano piccole dosi di energia per continuare.

Sì, quando non si è nelle condizioni ottimali di salute, diminuisce la voglia di esplorare il nuovo scoprendo prospettive inaspettate che aprono a nuovi orizzonti. Si vuole arrivare subito a casa percorrendo vie note, quelle dei segnali bianchi e rossi.