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afferra il presente perchè il domani non è certo

Sentiero Italia tappa R12: da Melfi (gps 40.994588, 15.652932) a Venosa (40.961142, 15,817178)

Lunghezza del percorso km 21,6; guadagno/perdita in elevazione 1.217/ – 1.328 metri; quota massima: 561 metri, quota minima 286 metri.

Centri attraversati: Melfi, Rapolla, Venosa.

Stamattina alle 5,30 sono già per strada. Voglio approfittare della sonnolenza del mio amico Elio prima che scateni la sua potenza di fuoco. Oltrepasso la Porta venosina ed inizio a percorrere un ripido tracciato in discesa che dovrebbe immettermi nella grava che separa Melfi da Rapolla. Purtroppo il sentiero si rivela una fregatura. Dopo i primi tre/quattrocento metri diventa impraticabile oltre ad essere pieno di immondizia. Faccio qualche tentativo per superare gli ostacoli, ma valuto che è impossibile proseguire. Devo ritornare su, al punto di partenza (col ginocchio che riprende a fare i capricci). E così ho sprecato un’ora preziosa di fresco per camminare. Sono imprevisti prevedibili per un camminatore.

Decido, allora, di raggiungere Rapolla percorrendo la statale che aggira la grava in cui avrei dovuto camminare, ed una volta raggiunto il centro abitato, immettermi sul tracciato del Sentiero Italia.

Un episodio curioso dopo aver oltrepassato il cimitero di Rapolla. Una signora intenta a zappare il suo orticello, vedendomi passare richiama la mia attenzione: “Da dove venite?”. Le rispondo: “Da San Severo”. Continua: “A ‘Chi l’ha visto’ cercano un tipo come voi, con barba ed occhiali, di San Severo. Mica siete voi?”. Io prontamente: “Sì, signora sono proprio io. Però per favore non telefonate a ‘Chi l’ha visto’ dicendo che mi avete visto”. E lei: “Non vi preoccupate, non chiamo a nessuno”.

Lasciatami alle spalle la detective di Rapolla, mi concentro sul mio cammino che da stamattina ha già subito molte distrazioni. Devo scendere verso una fiumara, oltrepassarla e risalire fino ad una dorsale con le pale eoliche. Di lì dovrei già avvistare la mia meta, Venosa. Inutile dire che la ripida salita, tra campi mietuti di grano, immersi nel silenzio assordante della calura del sole (il mio amico Elio) già alto, sfianca ed inaridisce il mio corpo, Non c’è acqua che basti. E comunque va centellinata perchè deve durarmi fino all’arrivo.

In lontananza si intravede Venosa, città di Orazio e tappa importante della antica Via Appia. Il nostro poeta era un epicureo che, a differenza del maestro Epicuro, coltivava un atteggiamento di fronte alla morte più moderno. Epicuro sosteneva che l’uomo era turbato dalla paura della morte, dal timore degli dei, dalla incapacità di sopportare il dolore, dall’impossibilità di essere felice. Epicuro sbrigava il problema della morte con questo ragionamento: se ci siamo noi non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi. Come potrebbe farci soffrire qualcosa che non proviamo? Orazio, invece, considera la morte una costante della nostra vita. Fin dalla nostra nascita, il tempo comincia a scorrere bruciando la nostra vita. Pertanto conosciamo la morte dal momento in cui nasciamo. Ed allora non va sprecato nemmeno un attimo della nostra vita (carpe diem, quam minimum credula postero); godiamo intensamente ogni momento, assaporiamo ogni piccolo piacere della vita come questi sorsi d’acqua fresca dalla mia borraccia sotto il sole implacabile di giugno con lo sguardo rivolto a Venosa.