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tecnica vorace

Tratturo Regio Castel di Sangro – Lucera: da Castropignano (41.61865, 14.55990) a Toro (41.57071, 14.76610)

Lunghezza del percorso km 25,5; guadagno/perdita in elevazione 985 / – 1.010 metri; quota massima: 741 metri, quota minima 346 metri.

Centri attraversati: Santo Stefano, Ripalimosani, Campodipietra

Pernotto: B&B Cola Fasciano (333 423 4119)

18 ottobre. Il Tratturo scende ripidamente da Castropignano, dapprima su una brecciata e poi su fascia erbosa, sino al fiume Biferno. Si oltrepassa quest’ultimo su un ponticello e si risale la valle verso Santo Stefano alternando brecciate e fasce erbose.

Il cammino dopo Santo Stefano è molto gradevole per l’altitudine che consente di avere degli splendidi panorami, ma anche per il camminamento sempre su fascia erbosa o su terra battuta. In alcuni tratti il tracciato mantiene quasi l’originaria larghezza.

In prossimità della Madonna della Neve abbandono il Tratturo per visitare il borgo di Ripalimosani. Riprendo il tracciato tratturale in prossimità di Colle Rosa. E qui iniziano 3 km in cui il paesaggio tratturale è stato stravolto da una forte antropizzazione: si lambisce la zona commerciale e industriale di Campobasso con i relativi snodi di comunicazioni molto trafficati. Resiste in questo bagno di progresso e tecnica, isolata, la Taverna del Cortile, strategico luogo di incontro dei pastori perchè da essa si dipartivano due bracci tratturali che collegavano il Tratturo che sto percorrendo con quello che cammina più a sud, il Pescasseroli-Candela (il braccio Cortile-Matese), e con quello che viaggia più a nord, il Celano-Foggia (il braccio Cortile-Centocelle). Il progresso tecnico si è mangiato il Tratturo: auto e camion sfreccianti, treni rumorosi, mega attività commerciali. E’ la plastica rappresentazione della rottura di un equilibrio secolare che aveva visto protagonisti, dal neolitico all’età moderna, l’uomo e l’animale: i trattori hanno soppiantato gli animali, le macchine le mani degli uomini. Certamente la pastorizia era entrata in crisi già dall’Ottocento con il diffondersi progressivo delle colture estensive fino alla montagna che in precedenza era utilizzata quasi esclusivamente per i pascoli. Poi il Novecento ha dato il colpo di grazia con la riforma agraria, la frammentazione e moltiplicazione delle proprietà agricole, le novità tecnologiche e la meccanizzazione dell’allevamento e dell’agricoltura.

Oltrepassati questi km di inquietante modernità, ci si rituffa nel passato. In effetti il tracciato tratturale fino a Campodipietra ridiventa leggibile e piacevole a percorrersi. E’ evidente la larga fascia erbosa ai cui confini sono collocate abitazioni private, eredi degli antichi ripari contadini che si stabilivano sui confini tratturali. E’ rimarchevole l’azione di cura di chi mantiene la continuità del tratto erboso, destinato ai camminatori, mai più stretto di cinque metri che corre a destra o a sinistra della strada asfaltata.

A Campodipietra il Tratturo scende sul fondovalle del Tappino e segue grosso modo il tracciato della strada statale Campobasso-Lucera. Io, invece, dovendomi fermare a Toro per la notte, attraverso strade interpoderali – a tratti asfaltate – e con uno strappo finale in accentuata salita, raggiungo il borgo.

Macchie di colori vivi sugli scali della strada ferrata, che scende per la Puglia e va a Sansevero, a Foggia, a Cerignola, a Barletta, e poi a Bari, a Brindisi, a Lecce. Macchine nuove; vernici smaltate in giallo, rosso, azzurro, bianco; ingranaggi puliti e cingoli di ferro lucido; enormi ruote di gomme. Motori pesanti e neri odoranti di olio. Motori che si mettono a girare con un sobbalzo, sobbalzi che si spengono all’improvviso e poi ricominciano stentatamente, borbottano, spingono dai tubi di scappamento un frullo duro, poi un rombo continuo, regolare, capace di scuotere tutta la macchina. Il rombo scuote pure la sonnolenza delle stazioni gialle, dei piazzali deserti, fatti per i traffici del vino e dell’olio in partenza per le regioni del nord. Adesso dal nord arrivano le macchine.

La pazzia dei trattori è venuta a tutti i proprietari pugliesi e di massari nei pasticci ce ne sono parecchi. Le pecore arrivano a migliaia sulle fiere e sui mercati. Morre intere vengono portate dove c’è speranza che qualcuno abbia voglia e soldi per comprare. I prezzi calano. La preoccupazione, che si va diffondendo sempre più in ogni contrada, somiglia all’orgasmo; se non si calma, presto diventerà panico. E questa è gente che non ha capacità di resistenza. Tutta una impalcatura di lavoro, d’interessi, di rapporti, di attività comincia ad essere travolta, crolla. Migliaia di persone rotoleranno per una china imprevista ma nessuno interviene a trattenerli, ad arginare il disastro. Pare che tutti si mettano dalla parte dei trattori. Viva la bonifica e via le pecore!” (da F. Ciampitti, Il Tratturo)

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