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tecnica regia

Tratturo Regio Castel di Sangro – Lucera: da Forlì del Sannio (41.69541, 14.18037) a Civitanova del Sannio (41.66807, 14.40282)

Lunghezza del percorso km 28,5; guadagno/perdita in elevazione 1.105 / – 1.080 metri; quota massima: 975 metri, quota minima 610 metri.

Centri attraversati: Pescolanciano

Pernotto e cena: B&B Villa Augusta – Civitanova del Sannio (338 610 8734)

16 ottobre. Per tornare sul tracciato del Tratturo da Forlì del Sannio devo percorrere 6 km di asfaltata sulla strada statale Istonia fino al torrente Vandra. Di qui, il Tratturo sale verso colle di Cerro. In questo primo tratto procedo con difficoltà sia per l’abbondanza della vegetazione (il passaggio costante delle pecore manteneva prima tutto pulito!) sia per la presenza di una frana che devo aggirare. Dopo circa 2 km il tracciato diventa una comoda strada brecciata che lascia vedere, alla sua sinistra, tutta la larghezza del percorso originario. Ai confini della fascia erbosa individuo un antico cippo tratturale collocato, probabilmente, a fine Ottocento in un’operazione di reintegra dei confini tratturali.

Questi luoghi – località Lamacchione – presentano le immagini più belle del Tratturo perchè risulta evidente la larga fascia erbosa che si distende in avanti a vista d’occhio.

Dopo circa 2 km inizia una parte più boscosa che ha preso il sopravvento sulla fascia tratturale; il tracciato è ridotto a poco più di un sentiero il cui fondo è rovinato dal passaggio di mezzi agricoli pesanti che lasciano solchi profondi anche mezzo metro.

In questi paraggi incontro Domenico, un agricoltore ed allevatore di 60 anni, con cui scambio quattro chiacchiere. Mi racconta che l’ultima transumanza passata sul Tratturo di cui conserva il ricordo è stata quando era bambino. La mattina presto passavano i pastori con i muli che trasportavano le reti che avrebbero montato come recinti per gli animali nel luogo della sosta notturna. Dopo qualche ora avveniva il passaggio delle morre di pecore. Migliaia di pecore, un tappeto bianco lungo alcune centinaia di metri e largo quanto il tratturo con due pastori all’inizio e due alla fine. I pastori pagavano ai comuni una tassa di passaggio che dava diritto al pascolo; pascolo, invece, che era proibito ai residenti lungo il Tratturo nel periodo della transumanza. Domenico ricorda la bellezza del tracciato: largo, erboso, pulito dai rovi ed arbusti grazie al passaggio delle pecore. Con un pizzico di nostalgia e sconforto mi dice che oggi è finito tutto; non c’è alcun vantaggio economico ad avere gli animali; i giovani scappano dalla campagna. Mi confessa che lungo questo pezzo di Tratturo che sto percorrendo è rimasto solo lui ed un altro che hanno qualche decina di capi di animali.

Nei 3 km che mi separano da Pescolanciano il Tratturo diventa un sentiero argilloso, sconnesso e pesantemente aggredito dalle ruote dei trattori; solo in prossimità del paese riacquista la sua originaria larghezza ed erbosità.

Superato Pescolanciano, dopo un piccolo tratto erboso, il Tratturo coincide sostanzialmente con una asfaltata che procede in un bosco fino al lago di Chiauci. Salendo verso La Civita, prima di Civitanova del Sannio, il tracciato diventa erboso; superata una sella – in prossimità della quale individuo un cippo tratturale di fine Ottocento – il tracciato diventa uno stretto sentiero che scende in forte pendenza verso il paese.

Il cammino dei pastori lungo il tratturo aveva una sua organizzazione che ricalcava il modello di un sistema organico con il suo regista, ovvero il massaro, uomo di fiducia del padrone delle pecore, che esercitava un potere assoluto durante la transumanza su persone ed animali. Il massaro aveva dei luogotenenti a cui affidare gli ordini da far eseguire ai pastori a capo delle varie morre che aveva la responsabilità di condurre. Per far funzionare la complessa macchina della transumanza non c’era bisogno solo di pastori, ma anche di casieri (quelli che lavoravano il latte), di butteri e mulattieri (conduttori ed assistenti di muli), di butteracchi (ragazzi al servizio del buttero), di carosatori (addetto alla tosatura delle pecore), di fiscellari (costruttore di cestini di giunchi per mettere a colare il formaggio fresco), di pastoricchi (giovani con mansioni di guardiania alle dipendenze dei pastori). Insomma un sistema organizzato gerarchicamente con a capo il massaro e giù a seguire il sottomassaro, i pastori, i cardatori, i caciari, i capibutteri, i butteri, i butteracchi, i tosatori e i uaglioni. Un sistema la cui efficienza dipendeva indubbiamente dall’abilità di gestione del regista (il massaro) ma anche dal fatto che le parti del sistema svolgevano diligentemente la singola funzione affidata. Siamo lontani dai modelli sistemici che caratterizzano le nostre odierne organizzazioni, modelli spesso anarchici perchè difettano della funzione di regia, difettano, cioè, di politica. Platone, infatti, definiva la politica “tecnica regia”, perchè essa doveva avere il compito di coordinare le tecniche assegnando loro le finalità. Il difetto di questa funzione nelle nostre organizzazioni ha la responsabilità di favorire lo scollamento delle parti che formano il tutto e quindi di rafforzare gli individualismi che purtroppo hanno pervaso le nostre relazioni.

Muli in fila e tintinnio di campanelli eguali. Bestie forti, dalla pelle scura che scalciano all’improvviso. Qualcuno morde pure. A distanza dai muli le giumente. Senza basti, senza cavezze ma appesantite, prossime al parto. Più indietro quelle che già hanno i puledri. Mezzo miglio, un miglio: la distanza varia. Le giumente portano soltanto la pancia gonfia, i muli hanno carichi pesanti: reti di corda e paletti per gli stazzi, trespoli e caldai, balle di lana, rotoli di coperte, fasci di utensili, secchi rigonfi, barili pieni. Dietro i muli e dietro le giumente le morre dei montoni, a testa bassa per il peso delle corna. Ignari del destino, i montoni avanzano dietro il campanaccio del primo. Più oltre un pastore con le morre degli agnelli, va calcolando il peso: da sei a quindici chili ognuno. Ma non era meglio venderli prima di partire? ‘Succhiano latte e calano di peso’. ‘Ma fanno le ossa e poi ci pensa la montagna ad ingrassarli. A settembre costano il doppio’. Il pecoraio dal peso passa a calcolare il prezzo. Quanti soldi! Il padrone li avrà in una volta sola, porca miseria! Più indietro le pecore. Ogni morra con i suoi cani, i suoi garzoni, i suoi pastori. Ogni fianco segnato con le lettere. Segni rossi, segni verdi: iniziali di nomi che dicono ricchezza. Pecore bianche. Tutte bianche.” (da F.Ciampitti, Il tratturo)

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