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Il sito di Maria Luisa Martini

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Consulenza filosofica

Consulenza filosofica come chiarificazione esistenziale

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Il mio riferimento professionale è l'Associazione italiana per la Consulenza filosofica 'Phronesis' (www.phronesis.info), presso cui mi sono formata e di cui condivido l'impianto teorico e operativo. Nell'aprile 2008 sono stata eletta componente del Collegio dei Probiviri, nel marzo 2009 componente del Consiglio direttivo, dove ho assunto la responsabilità delle relazioni con le Associazioni e le Istituzioni che operano in ambiti affini.

Secondo la mia personale concezione, la Consulenza filosofica si inscrive nel più vasto campo delle pratiche filosofiche e nel più ampio movimento di rinnovamento della filosofia, a latere delle istituzioni accademiche, finalizzato a riportare il pensiero alla vita. Non solo storia della disciplina, che altrimenti finisce per insterilirsi nella contemplazione della propria tradizione; non solo riflessione teorica, perché il pensiero non nasce da sé stesso, ma dalle domande che l'esistenza ci pone: filosofia,dunque, come impegno e sforzo di pensare "le cose stesse", per poterle interpretare e poter dar vita, in risposta all'interrogazione di senso, a un mondo più abitabile.

La CF è innanzitutto una pratica dialogica. Questo significa che si attua come un dialogo tra due persone, che stanno su un piano paritario per quanto concerne la capacità di pensare, la responsabilità, la dignità. Il consulente deve possedere competenze particolari, in riferimento alla capacità di ascoltare, di analizzare i problemi, di comprenderli, di riferirli a un contesto complessivo di ‘visione del mondo’ entro cui possono trovare perspicuità e quindi una chiarificazione. La sua abilità  è più vicina all’arte del domandare piuttosto che a quella di dare risposte. Infatti il consulente non ha il compito di risolvere i problemi  del consultante, non lo ‘cura’ (eventualmente si ‘prende cura’ di lui, nel senso che si preoccupa di lui, ‘tiene’ a lui come persona), ma lo accompagna nel compito che ciascuno di noi deve affrontare, ossia nella riflessione sui propri vissuti, in una chiarificazione esistenziale e di individuazione.

La CF è esercizio di razionalità dialogica in cui i due si affidano alle regole discorsive che guidano il colloquio all'interno della ricerca comune. Il consulente non ha schemi prefissati di giudizio, né mète precostituite. Non solo: egli non conduce neppure l’andamento del discorso, ma eventualmente facilita il costituirsi del campo relazionale che comprende entrambi e li orienta nella costruzione di un discorso condiviso.

 

Il dialogo è il procedimento fondativo della CF, perché è il momento fondativo della stessa filosofia. Sono convinta, infatti, che:

-         il pensiero giunge a chiarezza solo nel linguaggio, quando si fa discorso. E il discorso è sempre rivolto all’altro, che mi ascolta e mi comprende. Il momento dialogico (e non il Cogito) è la premessa della consapevolezza riflessiva del pensiero.

-         il linguaggio, mentre permette l’articolazione espressiva del ‘proprio’, nel contempo è desiderio di riconoscimento da parte dell’altro; la dimensione comunicativa del linguaggio, con l’esigenza di comprendere e di comprendersi, porta con sé la ricerca di regole condivise. Questo è stato definito il ‘naturale istinto logico’ del linguaggio, che conduce alla precisazione, alla regola, alla formulazione del concetto. Costruisce, insomma, la grammatica della razionalità discorsiva a partire dal bisogno di condivisione (uni-versalità naturale della ragione)

-         il punto di vista dell’altro mette in movimento il pensiero, ‘fluidifica’ le rigidità concettuali, permettendo, anche nell’asprezza del conflitto, di comprendere di più e di ‘dire altrimenti’, accedendo a una più complessa visione del mondo.

 

Il mio riferimento teoretico e metodico è l’ermeneutica (dove però parlare di metodo, come si sa, è paradossale, trattandosi di una disciplina extrametodica). Questo significa in particolare:

-     assumere consapevolezza dei pregiudizi, dei ‘pre-’ (condizionamenti ideologici) e dei ‘per cui’ (interessi, progetti) che orientano e permettono ogni giudizio. Assumere consapevolezza della parzialità delle proprie valutazioni.

    lasciarsi sorprendere dal discorso dell’altro, rimanendo aperti all’incontro e alle possibili trasformazioni che produrrà sul nostro modo di vedere le cose.

-    abbandonarsi alla logica del dialogo, ad una ragione che non è né mia, né tua, ma ‘nostra’, poiché si delinea ed emerge nel campo del colloquio interpersonale.

-    utilizzare tutte le risorse culturali (filosofiche, letterarie, psicologiche, artistiche) che la tradizione ci offre, per trovare strumenti utili alla vita, nella consapevolezza che la nostra identità, se pur unica, può ampliare la propria visione del mondo grazie al confronto con altre espressioni dello spirito umano.

-    considerare sempre provvisoria ogni conclusione, nella consapevolezza che ogni comprensione raggiunta è solo una tappa dell’inesauribile compito di chiarificazione dell’esistenza.