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Recensione al volume di T. Possamai, Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il "doppio vincolo"

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RECENSIONE

 

T. Possamai, Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il “doppio vincolo”, ombre corte, Verona 2009, pp. 170, euro 15,00

 

 

            Gregory Bateson (1904-1980), pensatore tra i più originali del Novecento, è noto soprattutto per la teoria del double bind (doppio vincolo), che elaborò nei primi anni Cinquanta a partire dall’osservazione dei paradossi della comunicazione. Benché l’indagine di Bateson abbia spaziato in molti campi del sapere e abbia prodotto strumenti di analisi di grande interesse euristico, fu soprattutto il concetto di double bind a raggiungere in breve tempo notorietà, grazie alle sue applicazioni in psicoterapia. Formulato per la prima volta nel 1956 e divulgato con il saggio Verso una teoria della schizofrenia[1], questo concetto si presentò inizialmente come una chiave di lettura capace di interpretare la malattia mentale, in particolare la schizofrenia, con parametri diversi rispetto alla psichiatria tradizionale e suscitò attenzione ispirando ulteriori studi e innovative applicazioni terapeutiche. La scuola più nota è senz’altro il Centro permanente di ricerca sulla psicoterapia sistemica – il Mental Research Institute -  di Palo Alto[2] che diede prosecuzione a questa impostazione elaborando percorsi di terapia familiare.

            Tuttavia, come sottolinea a più riprese Tiziano Possamai nel suo recente lavoro su Bateson (T. Possamai, Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il “doppio vincolo”, ombre corte, Verona 2009), la stessa nozione di doppio vincolo rifiuta una precisa collocazione disciplinare, richiamando appunto l’attenzione sulla centralità della relazione, che non caratterizza solo la comunicazione interpersonale, ma ha una portata ben più ampia, di ordine ontologico, e assume in prima istanza una valenza critica radicale verso l’assetto tradizionale di tutte le scienze – non solo della psichiatria - che si fondano su un impianto dualistico, facendo «astrazione dalle relazioni e dalle esperienze di interazione[3]». La ricerca di Bateson si muove fin dalle origini in direzione di una nuova epistemologia, capace di superare l’approccio riduzionistico e i dualismi propri di uno studio della realtà che per analizzare sa solo dividere: divide le scienze della natura dalle scienze dello spirito, divide l’oggetto di studio dal soggetto che indaga, il pensiero dalla natura, la mente dal corpo, l’intelletto dalle emozioni… Perde così la possibilità di vedere il contesto di ogni fenomeno e il campo di relazioni in atto. Perde, insomma, proprio ciò che permette di comprendere la struttura profonda del reale e le connessioni da cui le singolarità prendono vita.

            Bateson pervenne alla consapevolezza di procedere verso una «nuova epistemologia» solo nell’ultima fase della sua ricerca, che trova espressione nelle opere degli anni Settanta (in particolare in Verso un’ecologia della mente del 1972 e in Mente e natura del 1979).  Prima egli esplorò i campi più diversi del sapere, percorrendo un itinerario intellettuale del tutto singolare, reso coerente dal suo costante l’interesse per la rete relazionale che connette tra loro i fenomeni del mondo, dando intelligibilità alla complessità del reale. Dal Bachelor a Cambridge in scienze naturali e dagli studi di biologia, egli passò all’etnologia e  all’antropologia. Condusse ricerche in Nuova Guinea e a Bali assieme a Margareth Mead (che fu la sua prima moglie). La sua pubblicazione iniziale, Naven, del 1936, espone i risultati delle ricerche sui rituali di travestimento della popolazione iatmul della Nuova Guinea. Negli anni Quaranta Bateson collabora con un gruppo interdisciplinare di ricerca che darà vita al nascente movimento cibernetico, occupandosi dei meccanismi di feedback nei sistemi biologici. Nel 1949 entra nel mondo psichiatrico, che studia secondo i parametri etnologici e con una attenzione particolare per la dimensione della comunicazione.

            Questo sguardo laterale, che si colloca sempre da un punto di vista esterno rispetto a ogni specifico campo disciplinare, è peculiare della metodologia di Bateson (e secondo Passamai, «una delle componenti più attuali del suo pensiero»[4]): si può leggere come uno ‘star fuori’ per poter essere dentro, nell’intenzione di superare ogni ‘dentro’ e ogni ‘fuori’, che in una prospettiva relazionale perdono i propri confini.  Proprio tale approccio aprirà la strada all’intuizione del “doppio vincolo”, che andrà definendosi come un particolare tipo di comunicazione che presenta «una contraddizione non riconosciuta tra messaggi situati a livelli logici diversi». Nell’ambito delle relazioni interpersonali il doppio vincolo è un tipo di comunicazione distorta e paradossale; la ‘vittima’ del doppio vincolo riceve ripetutamente messaggi contraddittori o ingiunzioni di carattere paradossale. «Chi si trova in tale situazione, comunque si comporti, non può farcela»[5]. La natura paralizzante del doppio vincolo è fonte, quando sia ripetuta nel tempo e all’interno di una relazione affettiva particolarmente significativa come quella genitoriale, di patologia psichica, perché produce un effetto di disorientamento, un vero e proprio ‘collasso’ della capacità di discriminare i messaggi, e rende insensato lo stesso tentativo di comunicare. La natura discrepante del doppio vincolo può essere illustrata ad esempio dall’ingiunzione «sii indipendente» (rivolta dal genitore al figlio) che contiene una richiesta intrinsecamente contraddittoria: se il figlio vuole obbedire, deve disobbedire, ma l’ingiunzione all’indipendenza è accompagnata da una implicita proibizione di prendere l’iniziativa (livello metacomunicativo).

            Bateson ha una prima intuizione della presenza del doppio vincolo osservando presso lo zoo di S. Francisco il comportamento degli animali in contesti di gioco. Queste ricerche compiute nei primi anni Cinquanta gli permettono di comprendere l’importanza del livello metacomunicativo, che determina il senso di un messaggio in riferimento al contesto: un morso, entro il contesto del gioco (e dunque grazie al meta-messaggio “Questo è un gioco”), assume tutto un altro significato rispetto a un contesto di lotta. Dal punto di vista logico, il segnale sul contesto che qualifica l’azione (“Questo è un gioco”) genera un paradosso, poiché viene prodotto un messaggio che nega ciò che nel contempo sta affermando (“Il mio morso non è un morso”)[6].  Bateson esplora questi aspetti paradossali della comunicazione tramite la teoria dei tipi logici di B. Russell, che ingiunge la separazione tra i distinti livelli di astrazione che compongono un messaggio. Ma l’impiego degli strumenti logici non  serve a Bateson per individuare errori formali, bensì per comprendere meglio la natura complessa della comunicazione, che si organizza su livelli diversi di senso e di per sé contiene sempre elementi paradossali. Applicando la teoria di Russell al linguaggio naturale, Bateson mette in luce come negli scambi quotidiani operino sempre simultaneamente livelli differenti di comunicazione: il paradosso, insomma, non è un errore logico da cancellare, ma una componente presente nei processi discorsivi. Se nel campo delle costruzioni logiche il paradosso annulla la validità di una proposizione, nel mondo reale non valgono le regole atemporali della logica e i paradossi (come le impertinenze logiche e i salti di livello) caratterizzano non solo il funzionamento del linguaggio, ma anche lo sviluppo degli organismi viventi.[7]

            Possamai mette in luce come Bateson operi sul paradosso in modo paradossale. Infatti egli conserva l’impianto ingiuntivo della teoria di Russell, facendo valere il principio di discontinuità tra livelli logici diversi; questo gli permette di veder meglio i meccanismi della comunicazione, scoprendo la relazione “meta”  ed elaborando modelli scalari di interpretazione dei messaggi. Però non ne accoglie la validità nell’ambito della realtà vivente, dove i principi logici e gli strumenti quantitativi sono del tutto inadeguati[8]. Un «miscuglio di logica e non logica, ordine e disordine, paradosso e linearità» che produce una duplice embricatura. La teoria del double bind non è dunque esplicativa solo dei paradossi della comunicazione e della schizofrenia, ma riflette la struttura stessa della nuova epistemologia di Bateson.[9]

            Ma, in modo ancora più radicale, la relazione del vincolo duplice e ricorsivo, che interseca a ogni livello la comunicazione tra i viventi e la espone sempre al paradosso logico e al fraintendimento, diventa alla fine l’immagine stessa del nostro esserci. Perché a monte di ogni messaggio è presente lo sforzo di rendere intelligibile il mondo che ci circonda e il tentativo di com-prenderne il senso; ma nessuna parola può presumere di esaurirlo, di raggiungere un compimento (infatti, come avverte Possamai, «il senso compiuto del messaggio non può che essere la fine del messaggio»[10]). La nostra temporalità –lo insegna anche Gadamer - ci espone al bisogno di dire, di significare e di risignificare, non solo il mondo, ma anche la nostra stessa identità. A monte di ogni messaggio c’è anche il bisogno di entrare in relazione con l’altro. Come non c’è mai una discorso che racchiuda il senso in modo compiuto, così non c’è mai un dire singolo. Ogni parola è sempre una parola rivolta all’altro, nel desiderio di essere riconosciuti e nel rischio del misconoscimento e del fraintendimento. La comprensione dell’altro conferma il senso del mio dire, e sostiene entrambi nella ricerca di un’intesa. Tuttavia il paradosso e il malinteso (come già Schleiermacher per primo ha segnalato) preservano nella comunicazione la possibilità di parlare ancora, di ridescrivere il mondo e risignificare le relazioni umane.

            Questo leit-motiv che percorre tutta l’opera di Bateson rivela una profonda sintonia con altre correnti della filosofa contemporanea, con i dialogici e con l’ontologia ermeneutica gadameriana. E forse possiamo trovare qui il lascito più fecondo del pensiero del Novecento: nell’esplorazione del linguaggio, nello studio delle modalità in cui prende forma la comunicazione interpersonale, con i processi di costruzione identitaria, individuale e collettiva, che avvengono negli scambi quotidiani.

            Questa eredità è senz’altro feconda anche nel campo della pratica filosofica. Possamai fa parte dell’Osservatorio Critico sulla Pratica Filosofica di Trieste e ha pubblicato recentemente studi  di analisi della comunicazione in questo campo[11]. Forse non è inopportuno riattraversare questo suo saggio su Bateson alla ricerca di specifici pattern e di strumenti teorici che possano costituire un riferimento operativo per chi sta ‘dentro’ una filosofia praticata. Da questo punto di vista i testi di Bateson sono ricchi di insegnamenti preziosi, a cui è non solo opportuno, ma necessario attingere. Innanzitutto rendono consapevoli della molteplicità dei canali in cui avviene la comunicazione e della pluralità dei livelli logici su cui si struttura. In consulenza è indispensabile affinare la capacità di discriminare i messaggi e di comprenderne la complessità, per cercare di portare a chiarificazione nel colloquio tutti gli elementi impliciti e discrepanti.

            Le diverse forme in cui in questi anni si sono declinate le pratiche filosofiche mostrano  un comun denominatore: il linguaggio. Tuttavia bisogna riconoscere che non ha ancora avuto la necessaria attenzione lo studio delle risorse contenute nel linguaggio, in funzione dell’ampliamento della conoscenza di sé e dell’affinamento della capacità di relazione. Si stanno solo muovendo i primi passi in un campo che andrebbe invece puntualmente esplorato. Con un certo timore sono stati sperimentati strumenti tradizionalmente impiegati dalla retorica (con tutte le remore che l’idea di retorica porta con sé), come la metafora.[12] Si è anche sperimentato come l’uso dell’analisi etimologica dei termini possa aiutare ad approfondire il colloquio e aprire nuovi orizzonti di senso[13]; il discorso viene orientato al superamento delle empasse concettuali per trovare una nuova descrizione della situazione problematica che si sta analizzando. Credo che tutto questo rappresenti un importante affinamento delle competenze che un consulente deve possedere, un indispensabile bagaglio di conoscenze da mettere nella “cassetta degli attrezzi”.

            Ma credo che vada esplorata anche la strada della complessità della comunicazione, acquisendo consapevolezza della pluralità dei livelli logici presenti nello scambio discorsivo. Il problema non è quello di trovare un implicito di cui l’ospite non è consapevole (come nell’approccio psicoterapeutico, dove, grazie a una teoria presupposta, la consapevolezza sta tutta dalla parte del terapeuta!). Si tratta di esplicitare insieme, attraverso un percorso di ricerca, le componenti comunicative, ragionando sia su quelle verbali esplicite, sia su quelle gestuali implicite, sia su aspetti paradossali (doppiovincolati) della comunicazione. Sotto questo punto di vista credo che sia molto utile la lezione di Bateson sul deuteroapprendimento, soprattutto il suo esame della relazione tra la struttura del carattere e i contesti di apprendimento (o, come lo chiama Bateson, l’Apprendimento 2). Ognuno di noi porta con sé una struttura profonda acquisita nel corso del tempo e nei contesti culturali in cui è vissuto, che ha forgiato gli schemi di relazione con la realtà circostante. In stretta analogia con le posizioni dell’ermeneutica filosofica contemporanea, e in particolare con l’analisi di Hans-Georg Gadamer[14], anche Bateson ritiene che nella nostra interpretazione del mondo sia più rilevante il bagaglio dei pregiudizi che abbiamo acquisito nel nostro ambiente di vita, che non la nostra capacità di discriminazione cosciente. E tale relazione si sviluppa in modo circolare, nel senso che le convinzioni acquisite determinano il nostro modo di vedere il mondo, ma trovano anche nel mondo conferma a sé stesse[15]. Tale carattere di autoconvalidazione, che sembra rendere gli schemi acquisiti «quasi inestirpabili»[16], non viene avanzato (da Bateson come da Gadamer) per convalidare l’esistente, ma anzi per renderci consapevoli della forza inibente (e oscura) dei presupposti e per sollecitare il difficile compito di acquisirne consapevolezza. Compito in cui è fondamentale l’apporto critico dell’altro che, violando le nostre griglie logiche, ci sfida confrontarci con un diverso pensiero, anche tramite l’impertinenza logica e il paradosso.

            Forse allora l’articolo di Possamai su “aut aut” che indicava provocatoriamente nell’ospite la vera figura del ‘consulente filosofico’ perché è l’ospite a porre la domanda ed a compiere il vero esercizio della filosofia, voleva invitarci ad avere sempre il coraggio di chiarificare innanzitutto i nostri paradossi personali, in quel compito di discernimento di sé che è lo scopo autentico di ogni pratica filosofica.

 



[1] G. Bateson, D.D. Jackson, J. Haley e J. Weakland, Toward a Theory of Schizophrenia, in “Behavioral Science”, 1, 4, 1956, trad.it. di G. Longo, «Verso una teoria della schizofrenia», in G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1972, pp. 244-274. Il saggio è l’esito del lavoro di un gruppo interdisciplinare coordinato da Bateson, che nel corso degli anni Cinquanta condusse ricerche nel campo della comunicazione grazie a borse di studio di Fondazioni (la Rockfeller e la Macy Foundation), specializzandosi soprattutto nello studio dell’interazione interpersonale in riferimento alla genesi delle patologie psichiche.

[2] Il M.R.I. venne realizzato da D.D. Jackson nel 1959 a Palo Alto, dando applicazione della teoria del “doppio vincolo” nell’ambito della psicoterapia relazionale. Nel 1967 Jackson, assieme a Paul  Watzlawick e Janet Bevin, pubblicava il noto saggio Pragmatics of Human Communication, trad. it. Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma 1971, che utilizzava le idee di Bateson, ampliandone le possibilità applicative. Bateson tuttavia contestò questa operazione che, a suo giudizio, impiegava la nozione di doppio vincolo in modo riduttivo e strumentale.

[3] G. Bateson, «Una descrizione formale delle idee esplicite, implicite e incorporate e delle loro forme d’interazione», 1976, in Una sacra unità. Altri passi verso un’ecologia della mente, 1991, trad. it. di G. Longo, pp. 293-301. L’intero passo recita: «L’epistemologia tradizionale , la cosiddetta “normalità”, resta sconcertata davanti al fatto che le “proprietà” sono soltanto differenze ed esistono solo in un contesto, solo nell’ambito di una relazione. Facciamo astrazione dalle relazioni e dalle esperienze d’interazione per creare “oggetti” e per corredarli di caratteristiche. Analogamente restiamo sbalorditi davanti alla proposizione che il nostro stesso carattere è reale solo nell’ambito delle relazioni. Facciamo astrazione dalle esperienze d’interazione e di differenza per creare un “sé”, che continuerà (sarà “reale” o cosale) anche senza relazioni. Sostenendo l’idea che anche le cose hanno un caratter solo grazie alle loro differenze e interazioni, si provoca una crisi epistemologica» (pp. 300-301)

[4] Possamai, Dove il pensiero esita, cit., p. 22

[5] Bateson, Verso una teoria della schizofrenia, cit.,  p. 244

[6] E’ simile in questo al classico paradosso del mentitore di Eubulide di Mileto, che si produce nell’affermazione: «Sto mentendo», il cui contenuto di verità è indecidibile. Com’è noto, Russell tramite la teoria dei tipi logici, riuscì a risolvere simili paradossi operando una distinzione tra livelli concettuali diversi e stabilendo un ordine  gerarchico che segna una discontinuità dei livelli. Una classe non può dunque essere elemento di se stessa, poiché classi ed elementi appartengono a due livelli logici disomogenei.

[7] «La nostra tesi principale può essere riassunta in un’affermazione della necessità dei paradossi dell’astrazione. L’ipotesi che gli uomini potrebbero o dovrebbero obbedire alla Teoria dei Tipi logici nelle loro comunicazioni non sarebbe solo cattiva storia naturale […] Riteniamo viceversa che i paradossi dell’astrazione debbano intervenire in tutte le comunicazioni più complesse e che senza questi paradossi l’evoluzione della comunicazione si estinguerebbe» (G. Bateson, «Una teoria del gioco e della fantasia», in Verso un’ecologia della mente, cit., p. 235).

[8] «La logica  e la quantità si dimostrano strumenti inadeguati per descrivere gli organismi, le loro interazioni e la loro organizzazione interna» (G. Bateson, Mente e natura. Un’unità necessaria, 1979, trad. it. di G. Longo, Adelphi, Milano 1984, p. 37)

[9] «[…] l’originalità dell’opera di Bateson deve molto all’ “errore” (tipo)logico di avere, da un lato, in qualche misura creaturalizzato il mondo (non creaturale) della logica, dall’altro di aver trasferito le leggi della logica nella creatura, cioè di aver in qualche misura logicizzato il  mondo del vivente, che per sua natura non può rispettare tali leggi» (Passamai, Dove il pensiero esita, cit., pp. 64-65)

[10] Ivi, p. 135

[11] T. Possamai, Scene di consulenza, in “aut aut” 332, ott.-dic. 2006, pp. 67-84

[12] Nel Seminario nazionale estivo di Phronesis sono stati presentati e discussi casi in cui il consulente ha utilizzato la metafora in senso euristico e non retorico: C. Basili, Un approccio poetico alla consulenza individuale e G. Giacometti, Metafiricità e follia nel colloquio filosofico, VII Seminario Nazionale di “Phronesis”, S. Felice sul Benaco, 16-19 luglio 2009

[13] Il caso già cit. di Basili è emblematico a questo proposito e mostra la potenza euristica della parola, se orientata (come la Erörterung di Heidegger insegna) verso l’origine del senso. Su questo si veda anche il volume di V. Bijelic, Parole, prospettive e cambiamento, Cieffepi Erga edizioni, Genova 2008.

[14] H.-G. Gadamer, Verità e metodo, 1960, trad. it. di G. Vattimo, Bompiani, Milano 1983; di Gadamer si veda anche il volume che raccoglie le ultime riflessioni sul linguaggio, curato da D. Di Cesare, Linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2005

[15] Si veda soprattutto il saggio di G. Bateson, «Le categorie logiche dell’apprendimento», in Verso un’ecologia della mente, cit., p. 319-329  (“Apprendimento 2)

[16] Ivi, p. 329

 

Curarsi con la filosofia

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RECENSIONE in "Questo Trentino", 4, 2008

 

Moreno Montanari, La filosofia come cura, Unicopli, Milano 2007

Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare? Cortina ed., Milano 2006

 

 

            Giusto ieri un amico psicoterapeuta, che esercita in una struttura sanitaria pubblica, mi esprimeva tutta la sua perplessità nei confronti di una situazione che si trova a registrare sempre più di frequente: l’invio ai presìdi di salute mentale, da parte dei medici di base, di pazienti che in realtà non hanno nessun disturbo del comportamento, ma stanno solo attraversando un momento difficile della loro esistenza, ad esempio un lutto o una malattia, oppure una separazione.  La fragilità e il disagio psichico, a cui inevitabilmente ci troviamo esposti in queste situazioni, vengono collocati sul versante della patologia, come se le persone non fossero più in grado di confrontarsi con gli aspetti dolorosi della vita né di assumere in proprio quelle sofferenze che l’esistenza necessariamente comporta.

            Si va dunque diffondendo e consolidando nella mentalità comune del nostro tempo la tendenza a patologizzare momenti di difficoltà, che da sempre rappresentano fasi purtroppo  non evitabili della vita, e a trasformare il malessere psicologico che li accompagna in un segno di vulnerabilità, che viene inscritto nell’orizzonte della patologia e che deve essere risolto con la medicalizzazione.

Questo atteggiamento, piuttosto che procedere nella direzione di una risoluzione del problema, va invece ad aggravarlo, dal momento che rinforza la percezione delle difficoltà e inceppa i processi di crescita dell’autonomia individuale. Anziché sostenere la strutturazione di personalità capaci di affrontare e superare quelle sofferenze che la vita necessariamente implica, l’orientamento verso una medicalizzazione generalizzata  ha un effetto di rinforzo della patologia. Non è casuale che negli ultimi anni si registri un progressivo allargamento delle patologie dell’umore (ansia, mania, depressione), con un correlato aumento dell’uso di psicofarmaci che ha raggiunto livelli allarmanti ( come denuncia anche il Notiziario dell’Ordine degli psicologi, Anno 08 – N. 02).

Nel bel saggio di Moreno Montanari, La filosofia come cura, queste riflessioni critiche sulla tendenza terapeutica diffusa ai nostri giorni vengono integrate da un’ulteriore osservazione  problematica. Richiamandosi al pensiero di Martin Heidegger, Montanari sottolinea come la ‘cognizione’ del dolore non sia solo un’esperienza inevitabile nell’esistenza di ogni uomo, ma rappresenti un momento fondamentale, che ci chiama a interrogarci sul senso del nostro esistere, sospendendo lo scorrere della routine quotidiana, sollecitando un confronto critico con noi stessi e con l’autenticità delle nostre scelte di vita. Siamo costretti a chiederci se ciò che pensiamo sia davvero nostro o non sia piuttosto il risultato dell’abitudine e delle convenzioni sociali. Siamo costretti, insomma, a fare i conti con noi stessi, riappropriandoci della nostra vita, per poter dare compimento alla sua peculiarità, alla sua unicità.

Montanari coniuga la critica alla medicalizzazione diffusa con l’indicazione di approdare a una cura autentica dell’esistenza, così come viene suggerita e declinata nel corso della storia della filosofia, fin dalle sue origini greche. Specifico della filosofia infatti non è la terapia. Anche se non sono mancati pensatori – da Epicureo a Wittgenstein - che hanno proposto le loro riflessioni come ‘terapie dell’anima’, il loro approccio può essere meglio definito dal termine ‘cura’, e in particolare dall’accezione che la lingua inglese assegna al verbo ‘to care’,  differenziando così il significato medico della cura (‘to cure’) rispetto a quello della premurosa partecipazione verso qualcuno che ci sta a cuore.  Propria della filosofia è l’accezione non medica, che riconosce nella cura di sé (hepiméleia heautou) il compito principale assegnato a ogni uomo, che, a partire dall’esercizio riflessivo volto alla conoscenza di sé, riesce a conseguire la propria autenticità.

Il saggio di Montanari può essere letto come un tentativo di risposta al volume, pubblicato qualche mese fa, di Pier Aldo Rovatti, La filosofia può curare? Prendendo posizione sul movimento sempre più affermato delle ‘Pratiche filosofiche’, Pier Aldo Rovatti ha sollevato alcune perplessità ed ha posto alcune domande che non potevano rimanere inevase. Come può la filosofia affiancarsi alle terapie del disagio diffuso, se non intende rinunciare a quello che da sempre è il suo compito fondamentale, ossia l’esercizio critico del pensiero? Se vuole differenziarsi dall’imperante cultura terapeutica, come deve caratterizzare le proprie procedure?

Richiamandosi all’insegnamento di Michel Foucault, Rovatti gettava acqua sull’entusiasmo suscitato dalle pratiche, mettendo in guardia dai dispositivi di potere e di controllo sociale che ogni  esperienza di costruzione della soggettività può implicitamente riprodurre. Dichiarando apertamente di guardare con molto interesse al nuovo fenomeno delle pratiche filosofiche, Rovatti sollecitava però una più attenta consapevolezza dei pericoli sia di banalizzare della filosofia, sia di appiattire il suo spirito critico sotto il dominio del regime di discorso della cultura dominante e “delle sue ortopedie per sedare i conflitti” (p. 33)  Prosegue Rovatti: “Se la consulenza filosofica vuole differenziare il suo prendersi cura dal reale orizzonte terapeutico delle cure dell’anima, deve cercare di mettere in atto qualcosa come una contromanovra” (p. 36). Suonava come un invito. A cui Montanari ha saputo rispondere con puntualità e profondità.

 

 

Maria Luisa Martini

 

 

Filosofia e religione

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"Il Trentino", giovedì 11 dicembre 2008

 

RECENSIONE al volume:

Augusto Cavadi, In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani, Falzea ed., Reggio Calabria 2008, euro 15,00

 

 

            Giovedì 11 dicembre alle ore 15.00 presso la Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale di Trento (via Roma 55) sarà presentato il volume appena pubblicato di Augusto Cavadi, In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani (Falzea ed., euro 15,00). Insieme all’autore, filosofo e teologo, sarà presente anche Marcello Farina, docente presso il Corso di laurea in Filosofia e presso l’Università della terza età. Il testo offre molti spunti di dibattito e di approfondimento intorno temi che si collocano a metà strada tra le problematiche teologiche e la riflessione più propriamente filosofica.

            «Perché non possiamo non dirci cristiani» recitava il titolo di un noto saggio di Benedetto Croce del 1924, che metteva in luce l’appartenenza – consapevole o meno, assunta esplicitamente o polemicamente confutata, ma in ogni caso inevitabile – a tradizioni culturali e a forme di vita comuni, dove anche il culto e il rito sono espressione dell’identità di una particolare comunità storica. Ma oggi, a distanza di quasi un secolo dall’opera di Croce, quale senso assume l’evidenza di questo legame? E, soprattutto, è il caso di enfatizzarlo? Il contesto storico in cui ci troviamo a vivere, infatti, ci mostra sempre più di frequente un malinteso ricorso alla religione come approdo identitario e le tragedie a cui può portare quando la fede viene strumentalizzata dal fondamentalismo  e quando (come ha messo bene in luce un recente libro di Amartya Sen, Identità e violenza, Laterza 2007) si traduce in violenza.

            Nei contesti sociali del nostro tempo, sempre più differenziati e complessi, si  intersecano fedi confessionali eterogenee, che cercano le difficili strade di una possibile convivenza quotidiana. Questi processi epocali richiedono un profondo ripensamento dell’orizzonte valoriale e il costante ricorso ai principi della tolleranza e del rispetto reciproco. Ma il richiamo dei principi-cardine della nostra tradizione illuminista moderna è sufficiente per favorire una pacifica coesistenza? Non è forse necessario anche operare per il superamento dei particolarismi religiosi e compiere un salto oltre la dimensione dogmatica della nostra religione/ di tutte le religioni? Se ogni Chiesa pretende di possedere la chiave dell’accesso all’unica Verità, il compito che la storia richiede agli uomini del nostro tempo (di trovare le forme di una possibile via di comunicazione e di intesa, al di là delle differenze) diventa inevitabilmente difficile, se non impossibile.

            Le strade per superare i particolarismi possono essere suggerite da quella facoltà che secondo le filosofie di ogni tempo caratterizza la natura umana: il lògos, inteso come ragione e come linguaggio, come istanza di universalizzazione e come desiderio di comunicazione. Oltre le Chiese dei dogmi, dunque, verso la ricerca di un terreno comune a tutte le religioni. Con gli strumenti che la filosofia può offrire. Una filosofia, però, a sua volta capace di accogliere le domande insopprimibili presenti nel cuore dell’uomo. L’affermazione di Croce potrebbe forse essere così riformulata: «Perché non possiamo non dirci religiosi». La stessa questione che si è posto il laico Norberto Bobbio pochi anni prima di morire : «L’unica cosa di cui sono sicuro, […] è che io vivo il senso del  mistero, che è comune tanto all’uomo di ragione che all’uomo di fede. Questo profondo senso del mistero che ci circonda è ciò che io chiamo religiosità» (N. Bobbio, Religione e religiosità, in «Micromega» n. 2, 2000, p. 7).

            Il libro di Cavadi, con una operazione di ricostruzione storica della regione cristiana, puntualmente e accuratamente documentata, auspica un ritorno al senso originario del messaggio di Cristo, che non può essere ridotto a un sistema di norme e di precetti, ma che è (e volle essere) una testimonianza dell’Amore: «Il linguaggio cristiano è dunque autentico quando, e solo se, è il linguaggio dell’amore» (p. 189).

 

MARIA LUISA MARTINI