Convegno in memoria di Elvio Fachinelli
Trento, Luserna 27-28 marzo 2009
A proposito della domanda alla sfinge. Una lettura filosofica.
di Maria Luisa Martini
Buona parte dei testi di Elvio Fachinelli degli anni Sessanta e Settanta, ad esempio le raccolte di articoli e saggi brevi L’erba voglio (1970) e Il bambino dalle uova d’oro (1974), suscitano oggi un’impressione ambivalente. Da un lato hanno in sé molto del clima di quegli anni, il fermento culturale, la tensione al rinnovamento e alla trasformazione profonda dell’esistente. In questo senso sono testi “datati”, che rivelano il comune sentire di tutta una generazione e l’impegno a sperimentare forme nuove di pensiero e di relazione.
Eppure questi testi parlano anche di problemi attuali, ancora oggi al centro del dibattito culturale, e forniscono strumenti critici e interpretativi degni di attenzione perché aprono piste di lavoro non del tutto esplorate. Lo stesso stile di ricerca di Fachinelli, indipendente e spesso polemico, che segnala l’urgenza di uscire dal formalismo di scuola per dar vita a un sapere non compromesso con le reti del potere, ma aderente alla complessità della condizione umana, costituisce ai nostri giorni un insegnamento da ricordare e da mantenere vivo.
La sua battaglia da psicoanalista contro la psicoanalisi istituzionalizzata e chiusa in difesa del proprio corpus fisso di pratiche, va ben al di là della disputa interna a una specifica professione, per investire una questione ancora oggi ben viva circa il ruolo non solo della psicoanalisi, ma di tutte le pratiche che operano nel campo della ‘cura’ e dell’aiuto esistenziale: dalle psicoterapie nei loro più diversi indirizzi, fino al counseling e alla consulenza filosofica. Ancora più esplicito di allora è, infatti, il mandato loro assegnato di contenimento del disagio in funzione della prevenzione del malessere e soprattutto del conflitto sociale. Mandato di cui Fachinelli ha saputo scorgere i primi segnali, richiamando l’attenzione sul pericolo insito nell’espansione della ‘nebulosa psicoanalitica’ in funzione di stabilizzazione sociale. Questo processo, previsto da Fachinelli con largo anticipo, ha determinato uno dei fenomeni più rilevanti del nostro tempo, in cui la ‘cultura terapeutica’ si è insinuata in ogni aspetto della vita, come modalità diffusa di rappresentazione delle esperienze personali quotidiane. Come descrive puntualmente Frank Furedi nel suo saggio critico Therapeutic culture.Cultivating vulnerabilità in an uncertain age recentemente tradotto in italiano, stiamo assistendo alla penetrazione pervasiva dell’approccio terapeutico in ogni momento dell’esistenza, fenomeno che viene puntualmente registrato dal linguaggio quotidiano e dai media, dove i termini legati al campo psicologico vengono impiegati diffusamente, anche al di fuori di specifiche competenze. Questo fenomeno è strettamente correlato con una percezione diffusa di fragilità emotiva e di incapacità di far fronte da sé con autonome risorse alle difficoltà della vita. Gli esiti, insomma, di una diffusa attenzione per i risvolti emotivi sono paradossali: l’estensione sul territorio di presidi terapeutici, anziché irrobustire gli strumenti personali degli individui, aiutandoli a saper gestire le situazioni conflittuali o dolorose e i momenti difficili che l’esistenza inevitabilmente comporta, incoraggia piuttosto un’immagine vulnerabile di sé, segnata dalla fragilità emotiva e dal bisogno di aiuto, anche in situazioni che nulla hanno a che vedere con una reale patologia psichica né richiederebbero una terapia clinica. Esiti paradossali, che tuttavia a una più avvertita coscienza critica non possono non apparire funzionali ai processi di gestione sociale in ragione del contenimento dei conflitti. Possono ben essere letti come una nuova forma di ‘governo delle anime’, analoga nella strategia, ma ancora più efficace negli esiti, di altri ‘dispositivi’ di soggettivazione, e che si legittima, come ha insegnato Michel Foucault, nel nesso soggetto-verità-sapere.
In posizione critica nei confronti del movimento psicoanalitico, che non sa più trarre ispirazione dalla passione di Freud per la ricerca e dalla sua capacità di interrogare in modo radicale la natura umana, ma si attiene in modo dogmatico alla teoria e la interpreta come un prontuario per fornire risposte, Fachinelli segnala la tendenza in atto e il rischio a cui si espone la pratica psicoanalitica a cui «viene sempre più devoluto un compito generale, il compito di dare ragione dell’esistente, cioè di razionalizzarne le irrazionalità, prevenirne le difficoltà, tamponarne i conflitti». In questo processo, l’analisi non funziona come strumento di consapevolezza e di emancipazione, ma «al posto dell’atteso “irrobustimento” della personalità, essa conduce a un suo indebolimento duraturo, che richiederà anni di lavoro per essere superato, se mai sarà superato».
Contrastare questa tendenza significa lasciar emergere l’impulso vivo della domanda, aver cura di quell’arte di interrogare che ha guidato l’indagine di Freud e che ancora oggi è necessaria per orientare l’uomo verso la conoscenza di sé. L’arte della domanda, assieme all’oracolo delfico “Conosci te stesso”, rimanda alle origini dell’interrogazione filosofica, a cui Fachinelli si appella come correttivo critico necessario ad ogni disciplina umanistica che intenda sottrarsi a una vuota ripetizione dei propri modelli.
Il senso della proposta di Fachinelli trova espressione nella sua rilettura di un mito centrale nella teoria come nella clinica freudiana: il mito di Edipo. Rovesciando specularmente – e provocatoriamente – il canovaccio della fabula, non è più la sfinge, che nella sua natura ibrida di animale sacro rappresenta la sfera dell’inconscio (e che Fachinelli vede come immagine dell’analista «che aspetta al varco il viandante – immobile, impenetrabile, parco di parole») e pone il quesito sulla natura umana, sollecitando il suo interlocutore a intraprendere un percorso di autoconsapevolezza. La sfinge viene piuttosto interrogata da Edipo, che diventa così simbolo della problematicità della condizione umana.
Pur sottoponendo a rivisitazione uno dei riferimenti portanti dell’edificio analitico, da sempre considerato, assieme al transfert, nucleo non riducibile della teoria e della clinica freudiana, Fachinelli procede a un suo ampliamento di senso, collocandolo entro una più vasta prospettiva interpretativa. Può così cogliere, dentro l’unità del mito, una stratificazione di significati, mettendo in luce il suo carattere sovradeterminato. Come hanno segnalato gli studi di antropologia e di storia delle religioni, nelle narrazioni mitiche il significato trasmesso va sempre colto nel suo carattere insaturo, che lo espone a una continua risignificazione e lo fa crescere continuamente su se stesso. Il mito, finché è vivo e proprio perché è vivo, è suscettibile di essere risignificato. Per questo l’esegesi dei miti è in qualche modo interminabile –come l’esplorazione psicoanalitica di sé –. Se seguiamo le indicazioni di Paul Ricoeur, il contenuto mai del tutto esplicabile della narrazione mitica è ciò che fornisce la linfa al lavoro dell’interpretazione e “dà a pensare”, aprendo alla riflessione la possibilità di “pensare di più e dire altrimenti”.
Teniamo presente che è proprio tale aspetto del mito a consentire anche a Freud di reinterpretarlo, prendendo le distanze dalle esegesi classiche, le quali leggevano tradizionalmente la tragedia di Edipo come espressione una contraddizione universale dell’umano: il conflitto tra la libertà e il destino, che traccia i limiti del nostro concreto esistere. Com’è noto, Freud risale a monte della vicenda narrata da Sofocle, interpretando gli antefatti della fabula, e precisamente l’uccisione del padre e l’incesto con la madre. Ciascuno di noi, anche se in modo inconsapevole, riconoscerebbe nella sorte di Edipo il proprio destino possibile, perché porta a realizzazione un desiderio della nostra infanzia. La scena si accompagna a un sentimento di orrore. Il phobos tragico esprime, infatti, la carica emotiva negativa con cui prendiamo le distanze, inorriditi, da questa vicenda, sotto l’effetto della censura e con tutta la forza che dobbiamo impiegare contro la riviviscenza dei nostri desideri infantili, sottoposti a rimozione. Ma per sviluppare questa interpretazione, Freud deve fare più di un passo indietro. Innanzitutto rispetto alle vicende narrate da Sofocle, il quale mette in scena i momenti in cui Edipo è costretto a prendere coscienza della realtà del suo passato. Il dramma del parricidio e dell’incesto è già avvenuto quando la tragedia ha inizio: il culmine della rappresentazione, che segna la metabolè (rovesciamento) dell’intera vicenda, avviene quando Edipo, grazie al messaggero che proviene da Corinto, è costretto ad aprire gli occhi di fronte a ciò che fino a quel momento aveva solo vagamente intuito e a cui si era sottratto, ossia accettare la verità circa le sue origini.
Ma questo passo indietro compiuto da Freud caratterizza in realtà tutto il metodo psicoanalitico, che si costituisce come una sorta di ‘archeologia del soggetto’ (secondo una felice espressione di Ricoeur), nella passione per il sempre anteriore. Emblematicamente è la parola ‘passato’ che chiude il capolavoro di Freud, L’interpretazione dei sogni ed è sempre questa parola che esce per ultima dalla penna di Freud, quando nel riparo londinese si dedica a redigere l’ultimo suo scritto, il Compendio di psicoanalisi.
L’ermeneutica freudiana, così come si delinea nella lettura del mito di Edipo, ma anche più in generale nell’interpretazione delle opere letterarie e dei prodotti culturali della vita psichica, procede sempre prendendo a modello l’esegesi dei sogni, estendendo la chiave di lettura dell’appagamento del desiderio per decifrare le dinamiche intrapsichiche che presiedono la produzione degli oggetti artistici. Il percorso è sempre regressivo e ci conduce agli arcaismi infantili che sarebbero alla radice delle espressioni poetiche, svelando meccanismi analoghi a quelli in atto nel lavoro onirico.
Eppure il racconto mitico, così come la simbolica che ad esso soggiace e che è momento sorgivo della poiesis artistica, non contengono in sé solo le tracce dell’arcaico, ma portano a espressione una tensione che può condurci fuori dalla ripetizione del passato e dalla proiezione di uno schema emotivo sempre uguale, per fornire una direzione di senso aperta al gioco dei segni del futuro.
Anche nel mito di Edipo, dunque, accanto a un’ermeneutica regressiva, che esplora l’enigma delle origini, è possibile articolare una diversa pista interpretativa, garantita dalla densità di senso e dalla plurivocità simbolica, che mostra un andamento progressivo, sostenuto e direzionato dalle istanze ‘diurne’ della natura umana. La tragedia di Edipo è anche la tragedia dell’autocoscienza, in cui viene fatta esperienza del limite e in cui si apprende, attraverso il patire (pathei mathos) la distanza dell’umano dal divino. La colpa di Edipo non è solo connessa alla libido e radicata in profondità ancestrali. E’ anche una colpa ‘adulta’, implicata nella violazione non tanto del tabù dell’incesto, quanto dei limiti assegnati all’uomo. Questa hybris, che dà inizio alla tragedia, è anche il punto di avvio del lavoro della verità e del percorso promosso dal detto ‘Conosci te stesso’ con cui l’oracolo indica all’uomo la strada dell’autoconsapevolezza.
Il rovesciamento dei ruoli tra Edipo e la sfinge, proposto da Fachinelli, conserva intatto il senso della domanda che, oggi come allora, ripropone l’enigma dell’uomo. Alla domanda: ‘Chi sono io?’ non ci sono risposte già formulate, non c’è una decifrazione univoca del senso del nostro esistere. Edipo, da questo punto di vista, rappresenta l’ambiguità e la contraddittorietà dell’uomo, di ogni uomo, nell’inestricabile commistione di innocenza e colpevolezza, di slancio e di presunzione, di aspirazioni e di conflitti. Ma, appunto, solo affrontando questa problematicità, restando nel buio e nell’incertezza della domanda, possiamo assumere consapevolezza della condizione umana, dove ciascuno è chiamato a rispondere di persona al problema di come essere pienamente uomo. L’identità personale non è mai data. L’oracolo non dà mai una soluzione, ma solo segni da decifrare (semainein).
L’enigmaticità dell’oracolo indica l’enigmaticità del mondo, così come Edipo raffigura l’enigmaticità dell’uomo a se stesso. La sua ricerca è incerta, ambigua. Infatti, di fronte alla risposta vaga dell’oracolo, che non gli fornisce spiegazioni circa ciò che effettivamente egli cercava (ossia la verità sulla sua stirpe), Edipo non riformula la domanda, non si impegna a cercare la propria verità, ma disattende il motto di Delfi e fugge precipitosamente: fugge soprattutto da se stesso e così si perde. Aggira i segni, invece di fermarsi a decifrarli. Teme di conoscere fino in fondo il suo destino, che potrebbe mettere in forse i suoi privilegi. La tragedia si consuma perchè Edipo non vuole guardare fino in fondo il luogo oscuro da cui proviene. La prima scena di Sofocle rappresenta Edipo pieno di sé, che afferma con arroganza: «aut’egò fanó – io farò piena luce». E’ questa presunzione che gli impedisce di guardare con coraggio verso l’oscurità delle origini e di conoscere se stesso, accettando i vincoli del già stato, là dove affondano le radici dell’identità.
Saper sostare nella domanda, mantenendo la sua radicalità, è la premessa di un autentico percorso di conoscenza di sé. Per questo Fachinelli chiede di tornare a una ‘psicoanalisi della domanda’ e propone una problematizzazione della pratica analitica. Se si leggono i suoi saggi teorici, scritti in quello stesso periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, si trova anche il quadro di pensiero che giustifica la sua diversa lettura non solo dell’Edipo, ma anche di altri capisaldi della vulgata psicoanalitica. Una rivisitazione che risponde sempre all’istanza di ripristinare il potenziale critico della psicoanalisi delle origini, quale «sapere inquietante, e sapere dell’inquietante». Si veda l’articolo apparso sul primo numero della rivista «Il Corpo» che propone la traduzione di uno scritto poco noto di Freud, La negazione (1925), a cui segue un commento dal titolo L’ipotesi della distruzione in Sigmund Freud, in cui Fachinelli interpreta questo testo come una tappa significativa della elaborazione freudiana dell’istinto di morte. Collocato a metà strada tra Al di là del principio di piacere (1920), opera in cui viene per la prima volta enunciato il Todestrieb come elemento originario della vita psichica, e il Disagio della civiltà (1929), in cui Freud esplora il contraddittorio nesso tra progresso civile, sublimazione e tendenze aggressive che provocano l’intensificarsi del senso di colpa, il breve saggio La negazione permette di cogliere le tappe dell’evoluzione del pensiero freudiano, che, pur in una sostanziale continuità, modifica progressivamente il quadro teorico della psicoanalisi a partire da nuove osservazioni cliniche.
Il lavoro di Fachinelli sui testi freudiani si compie entro una direzione precisa, che rivela l’intenzione di approfondire una questione di più ampia portata, che inscrive la Verneinung nel campo della “coazione a ripetere”. Che l’obiettivo ultimo di Fachinelli sia questo, si evince dalla lettura di un secondo studio, pubblicato pochi anni dopo in tre parti successive sulla rivista “L’erba voglio” e in seguito edito nella sua interezza con il titolo «Il paradosso della ripetizione» nel volume Il bambino dalla uova d’oro. In questo testo viene in luce con chiarezza lo sfondo clinico entro cui Fachinelli medita e rielabora il patrimonio teorico della psicoanalisi freudiana, non disgiunto dal più ampio contesto storico e dai fermenti di rinnovamento culturale di quegli anni.
Accanto a importanti chiavi di lettura per riesaminare la teoria freudiana nel suo insieme, che emergono anche da un confronto con lo strutturalismo, e in particolare con Lévi-Strauss e Lacan, Fachinelli propone una riflessione approfondita del fenomeno della ripetizione, che sta alla base non solo del processo del transfert, ma anche della coazione a ripetere. La ripetizione si caratterizza così come fenomeno psichico estremamente complesso e ambivalente, che può manifestarsi in forma ‘utile’, quando permette di far rivivere il rimosso, consentendone una rielaborazione nel setting analitico all’interno dei processi del transfert. Ma (analogamente allo studio della storia per Nietzsche, che può essere utile o dannoso in riferimento al presente e alla vita) la ripetizione può essere dannosa quando si esprime come ‘transfert agíto’ e si sottrae alla rielaborazione e all’integrazione degli affetti sotto la guida del terapeuta – come il caso di Dora mostra in modo emblematico -. Insomma, è dannosa se si manifesta come ‘eterno ritorno dell’uguale’ senza comportare consapevolezza e cambiamento.
La nozione di ripetizione, pur restando un concetto fondamentale lungo tutto lo sviluppo della teoria freudiana, amplia via via il proprio campo semantico, intrecciandosi, dopo il 1920, con l’analisi della coazione a ripetere. Fachinelli rileva come essa assuma sempre più nei testi di Freud un carattere unilaterale, esponendo solo il suo lato ‘cattivo’, ossia la sua modalità di pura replica o riproduzione del passato e degli schemi affettivo-relazionali. Lo sguardo di Freud, in particolare nelle ultime opere, è orientato da una visione pessimistica dell’esistenza che, in analogia con il pensiero di Sören Kierkegaard, coglie solo «il lato cattivo della ripetizione, la ripetizione come replica o riduzione». Per questo «entrambi finiscono per ritrovare, sembrerebbe, la ripetizione del negativo, quella che richiama precisamente la morte propria e delle cose». In Freud il presente viene a essere soffocato dal passato e «in questo modo quasi non esiste di per sé, non incide; […] il reale presente sbiadisce di fronte al passato […] perché ne costituisce una semplice eco».
In profonda sintonia con l’interpretazione di Paul Ricoeur, che rileva in Freud «una passione per il sempre anteriore», proponendo di integrare l’archeologia del soggetto con la dimensione teleologica progressiva, anche Fachinelli suggerisce di scoprire la complessità della nozione di ripetizione, cogliendo in essa anche la componente semantica della ‘ripresa’. Il presente certamente richiama i vissuti ancestrali e gli schemi che hanno improntato le nostre modalità comportamentali; però nell’affrontare una situazione attuale, si delinea anche la possibilità di riaprire i giochi. La ripetizione avviene anche sotto la spinta del desiderio di esporre la nostra organizzazione comportamentale a un possibile cambiamento. La tendenza a ripetere è ambivalente e in essa è presente un altro lato, in direzione teleologica, che segnala come il presente non sia sempre e solo ripetizione del passato, ma «parte in causa della ripetizione stessa; come un’alternativa che si apre – anche se spesso per chiudersi istantaneamente. Il “pessimismo” freudiano e kierkegaardiano riceve ogni giorno troppe conferme; non si tratta di negarlo, in nome di un euforico ottimismo verbale, sostenuto dai conforti di qualsivoglia ideologia; ma piuttosto di sciogliere la difficoltà concettuale e pratica, che impedisce di afferrarlo alla radice». Il presente costituisce dunque per la nostra storia personale – come per ogni storia del mondo - una alternativa possibile e permette che lo schema relazionale arcaico, se pure nella consonanza, venga ripetuto in modo differente. La ripetizione, come realtà ambivalente, espone sia alla cogenza della conferma, sia alla realtà del cambiamento.
L’arte della domanda, da sempre coltivata dalla filosofia, insegna a saper colloquiare con la sfinge, ma anche a saper affrontare il monito dell’oracolo delfico. Conoscere se stessi significa saper guardare verso il proprio passato più arcaico, consapevoli dalla vischiosità del già stato, e della tendenza alla ripetizione, all’eterno ritorno dell’uguale. Processo necessario, che porta ad accettare consapevolmente le proprie radici; orientato però da un senso e uno scopo, da un telos diurno che permette di abitare più serenamente il presente.